Il 26 novembre 2009 il tribunale superiore di Bogotà ha condannato il generale in pensione Jaime Uscategui a 40 anni di carcere per il suo coinvolgimento in un massacro avvenuto a Mapiripan, nel dipartimento di Meta, nel luglio 1997.
Il 19 novembre 2009 la Corte interamericana dei diritti umani ha riconosciuto colpevole e condannato lo stato messicano per la morte di otto donne a Ciudad Juarez, nel novembre 2001.
Il 19 novembre 2009 la Corte costituzionale ha esteso la moratoria sulla pena di morte, in vigore dal 1996, fino al giorno in cui il paese metterà completamente al bando la pena capitale.
Il 28 ottobre 2009 Vettivel Jasikaram e sua moglie Valarmathi sono stati rilasciati dopo un anno e mezzo di detenzione. Erano stati arrestati il 6 marzo 2008 sulla base della legislazione antiterrorismo.
Felipe è nato nello stato di Guerrero, in Messico, uno di quei posti del mondo dove non nascono poeti. Felipe lo sapeva e sapeva anche che la sua condizione di contadino poteva permettergli poco, ma abbastanza per cambiare il mondo. Felipe per chi lo ha conosciuto è stato un esempio, un amico, un compagno di viaggio che ti da una mano quando la strada si fa troppo in salita per andare avanti da solo. Felipe ti ringraziava perchè diceva che quelli come te l’avevano salvato e con le sue mani pesanti segnate dalla campagna ti abbracciava dolcemente dandoti forza e ricordandoti il senso di quello che stai facendo.
Felipe in una serata mi ha fatto crescere come una di quelle esperienze di vita che ti capitano per caso, che non si scelgono. E che una volta vissute non potrai più fare finta di niente.
Felipe diceva che si spingeva sempre oltre e lo faceva semplicemente perchè i suoi e tutti i figli di questo mondo potessero evitare di subire quello che aveva vissuto lui. Dal mio incontro con lui è passato qualche anno e da allora mi sono sentito insieme figlio e padre di questo mondo, perchè “la vita è un fiume che scorre nel suo letto. E allora ogni tanto incontra le rocce, ed è qui che il popolo soffre”.
Felipe era un contadino ambientalista pronto a dare la vita per ogni albero.
Non era un poeta ma è riuscito a trasformare la sua vita in una poesia.
A chi l’ha conosciuto il compito di trovare le parole per raccontarla.
Magari guardando un fiume scorrere. Oppure nelle foglie degli alberi che cadono, in questo autunno che sta arrivando.
In principio fu Alf Kumalo. Quell’incontro cambiò la mia percezione su molte cose riguardo alla storia, all’importanza di cambiarla e alla capacità della fotografia di raccontare il mondo senza dire una parola. Kumalo era un fotografo sudafricano e con le sue immagini aveva permesso alla reale storia del suo paese di emergere e viaggiare per il mondo durante l’Apartheid. Mi raccontò dell’importanza di essere dalla parte della storia e delle storie per raccontare la verità senza filtri, comunicare emozioni, stati d’animo complessi, impossibili da descrivere a parole.
Dopo questo incontro cominciai a passare intere nottate guardando fotografie. Ho incontrato su Flickr veri maestri che attraverso l’uso delle immagini mi hanno dato insegnamenti importanti sull’importanza dei dettagli nella vita, sul fatto che a volte per rendere speciale qualcosa basta soltanto scegliere l’inquadratura giusta. In queste nottate ho incontrato e conosciuto persone che neanche sanno della mia esistenza e ne ho ascoltato i lati più intimi, malinconici e riflessivi, mescolati alla voglia di cambiamento, di denuncia e di gridare al mondo quanto la vita in realtà valga la pena di essere vissuta. Ed è stato saltando da una manifestazione di piazza ad una vita che nasce, da un momento di eternità passato tra meraviglie naturali ad un volto che si divide tra lacrime e sorrisi che ho cominciato a sentire l’esigenza di esprimere visivamente i miei pensieri, almeno di provarci.
Nel settembre 2009 per la prima volta la fine dell’estate non coincise con l’inizio di un anno scolastico. Cominciò per me un percorso diverso dove è divenne più difficile trovare tempo e modo di riflettere sulle cose, creare e articolare pensieri e discussioni interiori per poi esprimerle. Vedevo la vita correre ma non avevo il tempo di raccontarla, avevo accanto a me una creatura dai dettagli splendidi, la cui bellezza è soltanto l’ultima delle sue caratteristiche migliori, che volevo raccontare nei suoi lati più profondi. L’esigenza di raccontare senza parole e di ritagliarmi il tempo di uno scatto fotografico per esprimere un emozione sono diventati qualcosa di troppo forte per lasciarlo scappare.
Un corso di fotografia e un Nikon D60 sono state le mie risposte ad una domanda che ancora sto cercando di farmi. Che ha a che fare con il cielo e la terra, i sogni e i sospiri, il passato e il futuro, con la vita e la visione del mondo, e quindi, con i colori con cui deciderò di dipingere la mia realtà.
Sono davanti alla finestra a vedere la giornata che si rannuvola, sono me stesso diverso da adesso, sono Delara Darabi, sono un richedente asilo rimpatriato illegalmente in Libia, sono vicino ad un Amico che ieri è cresciuto, sono davanti alla finestra e se mi avvicino troppo appanno il vetro con il mio respiro, mentre se mi allontano posso solo vedere la mia immagine riflessa.
Ne uscirò con la scrittura, con il viaggio, con la musica, con le immagini, con i ricordi e con lo sguardo rivolto avanti. E con Elena.
“E se non sarò mai un poeta, cercherò almeno di rendere la mia vita una poesia”.
Si dice spesso, “perchè queste cose non accadano più”. Forse sarebbe meglio dire “perchè queste cose non continuino ad accadere più”. La memoria a volte serve come specchio per ritrovare delle risposte perdute, per scoprire artefatti, per capire i motivi di silenzi assordanti.
Vi lascio una pagina tratta dal blog kenyano di mio fratello. Perchè se la memoria ha un senso, forse è proprio quello di permetterci di guardare il futuro.
Tratto da kuishinairobi.wordpress.com
“Il Manchester City, squadra di calcio della serie A inglese ha fatto un’offerta plurimilionaria per acquistare il brasiliano Kakà dal Milan…ma non è di questo che voglio parlare..anche se sono molto contento che alla fine abbia rifiutato..
Quello di cui vorrei parlare è cosa potrebbe fare Kakà per il Kenya con i soldi che guadagnerebbe se cambiasse squadra, secondo il quotidiano Daily Nation: la somma che il Manchester City darebbe al Milan, è un terzo di quello che il presidente Mwai Kibaki ha chiesto per risolvere il problema della crisi alimentare fino al prossimo raccolto di settembre; questa somma risulta essere più della metà del profitto della Safaricom, azienda leader della telefonia mobile qui in Kenya, nell’ultimo anno finanziario. La Safaricom è la più grande azienda di questo tipo di tutta l’Africa dell’est.
Con lo stipendio di una settimana Kakà potrebbe pagare il responsabile dell’anti-corruzione in Kenya, tale Aaron Ringera, per due anni. Questo Ringera è il politico più pagato di tutto il governo kenyano, con i suoi 2,5 milioni di scellini kenyani al mese: guadagna addirittura più del presidente stesso.
Ancora: lo stesso stipendio di una settimana di Kakà potrebbe pagare lo stipendio mensile di un membro del parlamento del Kenya per sei anni, pagando probabilmente pure le tasse!
L’assurdità del calcio..”