La rappresentazione del “sé” nel nuovo Sudafrica: le storie del passato e il recupero della memoria nei musei sudafricani.
Pubblicato da vecchioalex su Giugno 12, 2008
Il mio interesse per lo studio del Sudafrica è nato da un’immagine, quella dei “corpi liberati in cerca di storia e di storie”, raccontata quasi come un romanzo nel libro di Itala Vivan che porta proprio questo nome. E’ stato impossibile per me resistere alla tentazione di andare a conoscere questi corpi, andarli a toccare e sentire dalle loro voci i racconti delle proprie vite, che adesso possono essere celebrate davanti al mondo intero. E’ così che mi sono ritrovato per qualche mese in una delle librerie più importanti del Sudafrica, Clarke’s Bookshop, a rispolverare tutti i giorni la storia e le storie, scritte su libri recenti o antichi. Sono finito poi in università, musei, splendidi paesaggi carichi di significato e soprattutto ho incontrato numerose personalità che hanno reso possibile l’ultimo periodo storico sudafricano. Il mio viaggio è passato per un abbraccio di Desmond Tutu, per una stretta di mano ad Antjie Krog, per i sorrisi di Zoe Wicomb, per una fotografia con Alf Kumalo, per le spiegazioni di Henrietta, la titolare di Clarke’s Bookshop, e di tutto il suo staff, e poi soprattutto per il popolo sudafricano, che ho conosciuto e apprezzato in tutte le sue varietà e contraddizioni. E’ stata soprattutto la gente comune che ha fatto nascere in me l’interesse per la rappresentazione di loro stessi ai propri occhi e a quelli degli altri. In ogni parte del mondo l’identità di un popolo viene costruita attraverso le esperienze e le interazioni condivise tra gli individui che lo compongono.
La peculiarità del Sudafrica è che questo processo è un progetto esplicito, una delle importanti sfide che la sua giovane democrazia deve affrontare, in un contesto di limitati mezzi economici e pesanti condizioni sociali ancora da migliorare. I luoghi e le persone sono liberi ora di interagire con la propria immagine, definendone nuovi contorni e connotati prima sconosciuti, e riflettendola in ogni attività che ospitano, nel caso dei luoghi o che compiono, nel caso delle persone. L’elemento unificante di tutto il popolo sudafricano è la propria storia, rivendicata orgogliosamente in una Costituzione, quella realizzata dopo un lungo periodo di delicatissimi negoziati, che è considerata la più avanzata del mondo in termini di garanzie per la tutela dei diritti umani. Insieme ad essa sono molti altri i segni concreti, di alto valore simbolico, che sanciscono un netto cambiamento nei confronti del passato. Sono un esempio interessante la bandiera, arricchita di nuovi colori per rappresentare la convergenza delle diversità sudafricane in un unico progetto, e l’inno nazionale, che ora contiene cinque lingue nelle sue strofe.
E’ molto difficile per un giovane visitatore immaginare il Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Sedersi su una panchina e immaginarla riservata esclusivamente a un gruppo etnico, soltanto poco più di una decina di anni fa, è qualcosa che si scontra con la bellezza dei colori della natura e degli splendidi paesaggi che caratterizzano il paese. E’ stata una sensazione particolare, per esempio, una volta salito in cima a Table Mountain lasciare il mio sguardo correre verso Porth Elizabeth, su quella collina che guarda verso l’oceano indiano, su quel tumulo di terra che soltanto dal 2002 è la tomba di Saartjie Baartman, la Venere Ottentotta. A causa della curiosità che suscitavano le sue forme fisiche, nell’Ottocento veniva esibita nei circhi di tutta Europa, e una volta deceduta venne smembrata ed esposta in un museo di Parigi, ove rimase fino al 1974. Questa ricomposizione avvenne grazie a una richiesta ufficiale da parte del nuovo governo, che volle una sepoltura discreta, lontana dai riflettori che nel bene e nel male l’avevano resa famosa in tutto il mondo. Luoghi come questo permettono al Sudafrica di sancire le differenze con il suo passato e, pur essendo dibattuti e talvolta osteggiati, sono l’essenza della dignità del popolo sudafricano.
Lascia perplessi la struttura ideologica dell’apartheid e la reale convenienza per i bianchi di vivere in una condizione di padroni e nello stesso tempo schiavi della loro libertà artificiale. Le esperienze che ho avuto con loro mi hanno portato alle discussioni più disparate, ho avuto a che fare con individui con una mentalità ancora vittima del passato segregazionista, e altri che invece ti confessano la noia provata durante l’apartheid e con gioia ti raccontano le lacrime e l’emozione provata il giorno delle prime elezioni democratiche. Aggiungo gli incontri con i neri e con i coloured e deduco che la realtà sudafricana è molto più complicata rispetto alle dicotomie bianco/nero e buono/cattivo che si possono ingannevolmente notare guardando questa società in superficie e capisco che è difficile adesso tradurre in categorie sociali la popolazione. Le differenze etniche esistono quando sono considerate nelle statistiche, perché la situazione economica e culturale dei neri è ancora complessivamente molto inferiore a quella dei bianchi, ma all’interno dei gruppi etnici appartenenti al passato si possono trovare innumerevoli diversità nelle vedute del presente e del futuro, così come negli usi e nei costumi e nelle considerazioni sui cambiamenti avvenuti nel paese. E’ proprio su queste diversità che si fonda il nuovo Sudafrica democratico ed è il tentativo di rappresentarle l’oggetto della mia ricerca, che ho intitolato appunto “la rappresentazione del “sé” nel nuovo Sudafrica: le storie del passato e il recupero della memoria nei musei sudafricani”. I sudafricani infatti hanno organizzato in diverse forme il recupero delle loro storie e tra molte possibilità ho scelto i musei perché hanno stimolato le narrazioni più creative. I musei e i monumenti da me analizzati non sono gli unici in Sudafrica, ma secondo quella che è stata la mia esperienza ho scelto i più significativi tra quelli da me visitati, che in comune hanno la caratteristica di una forte valenza culturale. Nel progetto di riscrittura del passato e della memoria collettiva, alcuni sono stati creati a seguito di progetti nati dal basso, su iniziativa di persone comuni, altri sono stati invece pensati e realizzati grazie all’azione del governo o di istituzioni locali e altri ancora sono stati invece recuperati dal passato e sono ora riletti secondo la chiave interpretativa dell’inclusività.
Il primo capitolo pone le basi su cui si appoggerà l’analisi dei musei e dei monumenti nei capitoli successivi, sottolineando le caratteristiche della rappresentazione del “sé” nel nuovo Sudafrica. Partendo dalla sua definizione, incominciata con la fine dell’apartheid, si prosegue con la libertà che questo “sé” raggiunge per la prima volta, e libero di esprimersi prende forma nelle sue svariate molteplicità. Un piccolo approfondimento è dedicato alla prima esplicitazione ufficiale del nuovo “sé” sudafricano: la nuova Costituzione, che mette in pratica i principi che hanno condotto la transizione dall’apartheid alla democrazia. L’ultima parte di questo primo capitolo è dedicata alla funzione che hanno avuto i musei nel processo di creazione e rappresentazione della propria identità. Essi non costituiscono la memoria ufficiale ma le fungono da specchio, ove essa viene riflessa dopo i processi di riclassificazione di oggetti, materiali e testimonianze. Quelli da me analizzati sono definiti da autori come Paul Williams memorial museum e fanno parte di una strategia museale che negli ultimi anni ha coinvolto molti paesi del mondo, e svolgono un ruolo fondamentale nei processi educativi che coinvolgono le nuove generazioni.
Il secondo capitolo racconta la storia che ha portato il Sudafrica dall’apartheid alla democrazia, permettendo alla società sudafricana di liberarsi dall’oppressione culturale e fisica che aveva subito per decenni. L’analisi di questo percorso viene diviso in due tappe, la prima che approfondisce il passaggio dal conflitto alla Costituzione e la seconda dalla Costituzione allo sviluppo umano, dove viene spiegato che dopo la teoria delle leggi scritte, la nuova vera sfida che il paese deve affrontare è quella di una migliore condizione per tutta la popolazione, per sancire anche in maniera concreta una definitiva riconciliazione con il passato. La conclusione del capitolo è incentrata sugli aspetti pratici che coinvolgono la società sudafricana nel suo insieme, analizzando il modo in cui la rainbow nation si è organizzata dopo la fase transitoria in cui il rischio di un lungo conflitto sociale è stato da più parti paventato.
Il terzo capitolo è un primo esempio pratico di come il Sudafrica ha deciso di affrontare le pesanti eredità materiali lasciate dall’apartheid. La saggezza che ha permesso ai simboli di oppressione di divenire memoria condivisa ha evitato inutili vendette e distruzioni e ha liberato i monumenti simbolo della supremazia razzista afrikaner dalla connotazione oppressiva che storicamente li ha caratterizzati. Sia il monumento alla lingua afrikaans, che il Voortrekker Monument sono stati conservati e utilizzati per distinguere la cultura afrikaner dal regime dell’apartheid, in modo da offrire la possibilità ai discendenti dei boeri di potersi considerare parte di una nuova nazione che utilizza il proprio passato diviso per costruire insieme un nuovo futuro.
Il capitolo numero quattro continua il discorso iniziato con il capitolo precedente e mostra due diversi esperimenti nati per commemorare la rinascita del popolo sudafricano. Il primo esempio proposto è quello del Freedom Park, che è stato progettato in un vasta area tra Johannesburg e Pretoria per commemorare il passato attraverso un percorso immerso nel verde che offre molti spunti di riflessione, tramite installazioni, monumenti ed edifici che possono essere fruibili per trascorrere il tempo libero oppure per approfondire gli elementi più significativi della storia sudafricana. Il secondo esempio è invece la creazione del complesso degli Iziko Museums il cui nome deriva da una parola in lingua xhosa che significa cuore. Sono considerati infatti dei centri d’eccellenza, che hanno visto la conversione di musei che in passato fungevano da strumento per la divulgazione delle versioni parziali e mutilate delle verità scientifiche e storiche autorizzate dall’apartheid. Il caso più emblematico, quello della South African National Gallery (SANG), è stato approfondito perché è l’emblema dell’evoluzione che l’arte tradizionale ha compiuto parallelamente alla liberazione delle identità e delle classificazioni artificialmente create in precedenza. Pur tra innumerevoli difficoltà ora le opere degli artisti neri sudafricani sono considerate a tutti i livelli come meritevoli dell’appellativo di arte.
Con il capitolo quinto si inizia l’analisi di musei più strutturati e più importanti, sia come richiamo di pubblico che come valenza storica. Viene presentato qui l’argomento della schiavitù in Sudafrica, attraverso la Slave Lodge, l’antico deposito da cui passavano gli schiavi durante i primi anni della Colonia del Capo. Parlare di questo argomento inserito nella realtà sudafricana è molto complicato e infatti fino agli anni recenti non si è mai considerata la schiavitù un elemento fondamentale dei primi decenni della colonizzazione. Inoltre nel contesto africano si aggiungono altri particolari all’analisi del fenomeno. L’impressione che ho avuto toccando con mano le eredità della schiavitù attraverso le sale del museo è stata simile a quella del mio primo sguardo sulle township. La sensazione di normalità provata dai sudafricani ricchi che passano lungo l’autostrada di collegamento tra l’aeroporto e Cape Town, attraversando una sterminata serie di township, può essere infatti paragonabile a quella che caratterizzava gli animi dei proprietari di schiavi nel corso dei secoli passati. Le forme di schiavitù dell’epoca moderna in Sudafrica sono facilmente visibili e affrontare il discorso della tratta degli schiavi dal punto di vista storico può essere una ulteriore presa di coscienza per una nazione in cui a distanza di pochi chilometri si può passare direttamente dal primo al terzo mondo.
Nel sesto capitolo viene proposta l’esperienza di rinascita che ha visto come protagonista Soweto, la township sudafricana famosa in tutto il mondo a causa della rivolta avvenuta nel 1976, repressa nel sangue dalla polizia che sparò su una folla di ragazzini che protestavano contro l’insegnamento scolastico in lingua afrikaans. Adesso Soweto, sfruttando la sua popolarità, è diventata una meta turistica, dove si organizzano dei tour nei luoghi in cui si è formata la storia dell’intero Sudafrica. Vengono approfondite nei paragrafi le tappe del tour, partendo dall’area di Kliptown, teatro nel 1955 del Congress of People che diede origine alla Freedom Charter, considerata da molti l’anticipazione di quella che diventerà nel 1996 la Costituzione del Sudafrica democratico. In quel luogo è stata creata la Walter Sisulu Square of Dedication, attraverso principi architettonici che richiamano metaforicamente i pilastri su cui si fondano i principi democratici della nuova costituzione. Si prosegue con la descrizione dell’Hector Peterson Memorial Museum, il museo dedicato alla vittima più giovane degli scontri avvenuti il 16 giugno 1976 e a tutti i ragazzini che anche nei giorni successivi subirono una durissima repressione che coinvolse poi tutte le township. Questo museo è un progetto aperto, dove la gente comune è invitata a collaborare per ricostruire, attraverso testimonianze e materiali fotografici, i drammatici fatti che hanno mostrato al mondo intero il vero volto dell’apartheid. Basandosi sulla partecipazione popolare è un progetto in continua evoluzione, che non mostra la storia da un punto di vista determinato, ma aperto a ogni possibile interpretazione. Il paragrafo conclusivo è dedicato al Mandela Family Museum, una mostra di oggetti appartenuti al primo presidente sudafricano eletto democraticamente, raccolti nell’abitazione in cui ha vissuto durante gli anni precedenti alla prigionia. Questo è un esempio di come la speculazione sull’immagine di un simbolo del nuovo Sudafrica come Mandela sia rischiosa e possa divenire una deplorevole attrazione turistica. Soltanto negli ultimi anni la direzione di questo sito è stata affidata a un ente che ne cura l’organizzazione e si sconta ancora il periodo in cui l’unico obiettivo di questo sito era la speculazione economica.
Il capitolo sette prosegue il discorso su Soweto, presentando il caso di un suo abitante specialissimo, il fotografo Alf Kumalo. Dopo una importante carriera come fotoreporter, lavorando per alcuni tra i giornali sudafricani più importanti, ora dedica le sue energie alla direzione di una scuola di fotografia e a un museo che portano il suo nome. Entrambi i progetti sono stati realizzati con l’aiuto di una organizzazione italiana di nome ITER che ha curato l’avvio delle attività e il recupero dell’archivio fotografico personale. Tra le fotografie esposte nel museo si ripercorre la carriera di Kumalo fin dai primi anni, passando per i fatti storici che l’essere un fotografo nero gli ha permesso di raggiungere e si conclude con le immagini di alcune delle sue amicizie più importanti, come quella con Nelson Mandela e con Muhammad Ali. La guida alla mostra è Alf Kumalo stesso, che racconta insieme agli scatti raccolti anche aneddoti sulla storia sudafricana letta dal suo punto di vista. E’ questo il caso in cui la rappresentazione del “sé” avviene in maniera personale, senza filtro alcuno, se non quello della macchina fotografica, che offre una finestra aperta sulla storia.
Il capitolo otto presenta invece una storia della comunità dei district sixers, che ha cessato di esistere a causa degli sgomberi forzati imposti dall’apartheid e che ora grazie al District Six Museum cerca di tornare a vivere, attraverso i ricordi e alla ricostruzione di una memoria condivisa. Questo museo è ospitato in una ex chiesa metodista ed è gestito attraverso la partecipazione della gente comune che un tempo abitava l’area sgomberata, che apporta contributi in termini di testimonianze scritte e orali, oltre a donare oggetti che possono ricostruire la loro vita precedente. La peculiarità di quest’area è che durante l’epoca della segregazione razziale si era comunque riusciti a costituire una comunità multirazziale, testimonianza della inadeguatezza del modello di sviluppo separato, tanto idolatrato dal governo bianco. Per generazioni i bambini di qualunque gruppo etnico avevano giocato insieme e i loro genitori condiviso i problemi più comuni di una zona popolare. Dopo un lungo periodo di separazione, ora, tramite il progetto del museo, la comunità si può incontrare nuovamente per ripristinare i rapporti sociali bruscamente interrotti, riscrivere insieme la storia che li ha coinvolti e poi raccontarla ai loro discendenti, così come a un pubblico esterno. I visitatori possono usufruire così di testimonianze originali di district sixers che raccontano il loro passato, in qualche modo riappropriandosene.
Un’altra comunità è oggetto dell’analisi del capitolo nove, quella dei robben islanders. Tra di loro si trovano le più importanti personalità politiche del passato che costituivano i dirigenti dei partiti messi al bando dal governo. I dissidenti politici venivano isolati su Robben Island e molti di essi hanno passato interi decenni rinchiusi tra le mura del carcere di massima sicurezza. La valenza simbolica dell’isola è cambiata e da una connotazione oppressiva ora si è giunti a quella riconciliatoria. Con la liberazione dei robben islanders è stata liberata in qualche modo tutta la popolazione sudafricana, per questo, il sito, pur essendo diretto da un autorità museale, è sentito dai cittadini sudafricani come appartenente alla loro identità. Ora è possibile visitare l’isola e il museo con un ex detenuto nella prigione come guida ed è possibile rivivere i luoghi in cui si è sviluppato l’embrione della democrazia sudafricana. Il sito costituisce una delle principali attrattive turistiche, soprattutto grazie alla popolarità a livello mondiale che gode il suo detenuto più famoso, Nelson Mandela. Anche se presenta un forte rischio di strumentalizzazione economica e di semplificazioni stereotipiche, ciò offre la possibilità alla comunità dei robben islanders, insieme a tutto il popolo sudafricano, di celebrare pubblicamente la vittoria dei diritti umani sull’oppressione e di mostrare al mondo il simbolo della democrazia di cui sono stati protagonisti.
L’ultimo capitolo, il decimo, è dedicato al museo che racchiude ufficialmente tutta la storia dell’apartheid. L’Apartheid Museum è un caso in cui la memoria viene riscritta in maniera ufficiale, e viene divulgata ai visitatori del museo in maniera coinvolgente, affinché al termine della visita non rimangano semplicemente delle nozioni, ma la sensazione di cos’ha realmente significato l’apartheid. Il museo si avvale di documenti cartacei, audiovisivi e oggetti, ma la caratteristica più importante della sua struttura è il senso di claustrofobia provato mentre si percorrono i corridoi, organizzati come una sorte di labirinto da cui esiste soltanto un’unica via d’uscita. Questo museo è un contenitore in cui sono racchiuse le storie personali di ogni individuo e la storia che l’intero popolo sudafricano ha subito a causa delle menzogne su cui si basava il sistema di segregazione razziale. Non si celebra la vittoria di una parte della popolazione su un’altra, ma si ricorda quanto sia stato difficile anche per i bianchi sopportare il clima di tensione e di oppressione che permetteva loro una presunta libertà. Lo scopo di questo progetto è educativo, il suo messaggio è quello di augurare che il passato non ritorni mai più e che la lezione offerta dalla storia serva a indicare la via da seguire per un futuro diverso. Gli obiettivi che si pone, però, difficilmente raggiungono i sudafricani, che a causa della collocazione molto isolata del museo e della inesistente possibilità di partecipazione non provano per esso un sentimento di appartenenza. L’opera è molto valida e unica nel genere dei musei della memoria, ma la divulgazione del proprio passato rimane una sfida che assolutamente il Sudafrica deve fronteggiare a viso aperto, trovando i modi più adeguati per raggiungere ogni fascia della popolazione. Solo così i progetti ambiziosi di rappresentazione del “sé” potranno concretizzarsi, e con essi, la creazione di una nuova identità finalmente libera dai retaggi del passato.









